NOTTE EBBRA

Mi sono accostata al ciglio della strada perché il tuo pensiero non mi permette di guidare. Una boccata d’aria e poi torno a casa.

Ho i tuoi occhi negli occhi, il tuo profumo nelle narici, le tue parole nelle orecchie. Parole strane questa notte.

Confuse, barcollanti, ubriache, come te.

Odio il sapore di sale bagnato che si mischia a quello della sigaretta, ma continuo a fumare.

Un brivido mi scuote le ossa. Chiudo gli occhi, di nuovo la tua immagine davanti. Tu carponi per terra.

Io ti sorreggo, cerco di aiutarti. Ma tu ti ribelli, ti agiti, alzi la voce.

Amore, non è colpa mia. Ma non so come convincerti.

Un malessere fisico ti fa accasciare al suolo, e al fiume delle tue parole si sostituisce un miscuglio di succhi gastrici e vino.

Ti trascino via. Io la debole. La donna.

Mi vergogno di te e a te mi sottometto. Ma più cerco di aiutarti più il tuo corpo si ribella.

Incrocio il tuo sguardo. Pupille affogate in una tempesta d’odio e gelosia.

Le macchine passano di rado su questa strada di periferia e la notte fa sembrare tutto così silenzioso.

È così distante adesso il motivo del tuo rancore.

Musica, gente, luci accecanti. Qualche parola di troppo con uno sconosciuto. Non volevo amore, ma tu eri impegnato, i riflessi rubino del tuo calice ti ammaliavano più di me.

Una brezza leggera accarezza il mio volto. Non fa freddo stanotte.

Ma da domani scenderà il gelo.

Con una spinta mi hai scaraventato via, e so che non permetterai tanto facilmente che mi riavvicini.

Io testarda ci proverò, come sempre, e non so neanche bene perché.

Adesso è meglio andare. La luce del sole rischiarerà tutto. Forse anche il tuo animo.

Salgo in macchina e in assenza di te cerco il tuo CD, quello che mi hai regalato. Come è finito sotto il sedile?

Rialzo la testa e due fari accecanti mi annebbiano. Il sole è gia qui?

Prima il rumore o prima il dolore. Non ricordo più.

Un fascio caldo nel buio della notte, vetri rotti, il clacson incantato. Ma non il mio.

Riesco ad aprire un varco nella scatola metallica in cui sono imprigionata, ma lo stordimento non mi permette di vedere, sentire, capire.

Annaspo nel fumo e nell’aria, con le mani, con i piedi. Mi avvicino ai due fari nemici e presuntuosa ne scopro il volto.

Tu.

Io carnefice per mano tua. Tu assassino per intralcio mio.

Amore, non è colpa mia. Ma non posso più convincerti.

Amaramente scopro che non basterà il sole di domani a sciogliere il gelo di questa notte, ubriaca d’assurdità.

Rachele Massei

1 commento:

Jacques de Vitry ha detto...

da una psicadelica follia può nascere un racconto del genere...

mi chiedo se tu non sia così anche nella vita reale...

J.de V.